La vista PDF Stampa E-mail

Tutto ciò che mi resta del tempo prima dei Fuochi Perenni è una foto di mia nonna in balcone al tramonto. Fu l’ultimo tramonto, dopo vennero i Soli Viola e il tempo cominciò a finire.

Nonna era felice in quella foto, aveva un sorriso appena accennato su un viso rilassato i capelli sciolti al vento, la periferia placida le si apriva di fronte agli occhi.

A quel tempo esisteva ancora internet, ho osservato a lungo questa foto nelle lugubri notti all’addiaccio illuminate solo dai Fuochi Perenni all’orizzonte e ho capito che quel cavo sulla scala doveva servire a intercettare le onde wireless che la gente utilizzava per comunicare a distanza.

Qualcuno tra i sopravvissuti ritiene che sia stata proprio quella folle corsa del progresso verso la connettività a tutti i costi a provocare l’arrivo dei soli viola e l’esponenziale incremento dei tumori del cervello che causarono, insieme ai Fuochi Perenni, la scomparsa dei tre quarti dell’umanità.

Guardare il volto di mia nonna mi rasserena, mi rivedo in lei, so che in me scorre il suo sangue e la notte sogno i suoi sogni. Dormiamo a turni con i miei compagni di viaggio. Siamo una piccola comunità nomade di sette anime, ci spostiamo alla ricerca di cibo e acqua facendo attenzione a restare fuori dal raggio di azione dei Fuochi.

I pochi umani superstiti vivono così, in continuo movimento. Noi sette vorremmo raggiungere il mare nella speranza che in acqua ci sia più facile evitare i Fuochi, ma nei miei sogni una voce mi mette in guardia dall’affrontare questa impresa.

Ho anche io un tumore al cervello come tutti. Il mio tumore preme sul cervelletto e mi mette in contatto diretto con le memorie ataviche prenatali archiviate nel sistema limbico. E' per questo riesco a penetrare il mondo onirico di mia nonna ed ad entrare  in contatto con le paure e le aspettative di quel tempo che, per quanto pregno di cattivi presagi, doveva ancora essere ricco di speranza. Una qualità che noi stiamo perdendo del tutto.

Questa notte ho sognato il fiume: la natura si era fatta rigogliosa aveva ricoperto gli argini, potevamo arrivare al mare seguendo la corrente. Tenevo in braccio una bebè, ed ero io, ed ero mia nonna allo stesso tempo. Al risveglio ho raccontato tutto ai miei compagni e abbiamo deciso di cercare il fiume per arrivare più velocemente al mare. Loro mi danno retta, sanno che i miei sogni sono divinazioni che affondano nel passato.

Arriviamo al fiume in poche ore. La sorte ci è propizia e troviamo un vecchio gozzo abbandonato forse da prima della fine del tempo. I tronchi nodosi che si allungano sulle sponde hanno preso la forma di draghi e chimere. Li guardiamo affascinati mentre scendiamo verso il mare ed io stringo al petto me stessa bambina.

L’aria si fa calda, quasi bollente, stiamo per rasentare il perimetro di uno dei Fuochi Perenni, ci bagniamo gli abiti e la testa, ci stendiamo sul fondo del gozzo con un panno bagnato sul viso e facciamo ricorso a tutta la speranza residua di cui disponiamo.

Passano ore intere in cui la pelle dei nostri abiti si surriscalda quasi a bruciarci, ma poi l’aria torna fresca e quando rialzo gli occhi al cielo vedo i tre soli tramontare in un’apoteosi di colori che sempre mi riempiono di meraviglia per la loro bellezza crudele.

Mi addormento e sogno una bambola di dimensioni umane storta e piegata in modo innaturale che galleggia in un’ansa del fiume, decine di bambini stanno a guardarla dalle sponde. Sembra difficile prenderla ma ci riesco con facilità e la porto via. Ha il volto di mia Nonna e piange. Al risveglio vediamo i gabbiani volare bassi in cerca di cibo sulla nostra chiatta. Il mare è vicino e ci sorridiamo a vicenda, io però non sono più serena come ieri, è per il sogno che questa volta non racconto a nessuno.

In ognuno di noi la speranza sta riprendendo a brillare più forte. Immaginiamo il mare limpido, pulito, immenso, pieno di animali fantastici e liberi, affrancato dall’orrore dei Fuochi Perenni e accarezzato costantemente da brezze leggere e gentili.

Cominciamo a programmare il viaggio, dovremmo costruire delle vele, ristrutturare lo scafo del gozzo, organizzarci per pescare, cercare riserve di acqua dolce, ridisegnare una mappa di un cielo divenuto ignoto da quando i due Soli Viola hanno cancellato la luce delle stelle.

Siamo eccitati e felici. A dispetto del nostro ottimismo l’aria però si sta facendo densa e putrida, l’acqua si abbassa, entriamo in una secca e cominciamo a darci da fare con i bastoni per spingere il gozzo dove ancora si può navigare.

Poi l’ansa del fiume si apre e ci si presenta il paesaggio che non avremo mai voluto vedere: l’oceano è un deserto di fango. Una distesa nera di morte in putrefazione, carcasse di volatili e pesci ricoperte di petrolio marciscono in superficie. Mi tappo il naso per non vomitare e vedo ad ovest le fiamme di quello che deve essere il Fuoco Perenne Occidentale. Una folata di vento bollente mi apre la giacca e la foto di nonna vola via scomparendo nell’oceano di fango.

Ora sento il Fuoco bruciare nella nuca, lì dove sta il tumore. Chiudo gli occhi sapendo che non li riaprirò mai più, sprofondo nel mondo limbico.

Nell’ultimo sogno della madre di mia madre la neve ricopriva tutto. Bianca e algida cancellava discariche, parcheggi, palazzi, autostrade, raccordi e periferie.  Io non c’ero, non c’ero mai stata. Il candore del vuoto ora ricopriva per sempre anche me.