La camera 77 PDF Stampa E-mail

camera d'albergo

“Ti amo” aveva lasciato scritto Leila con il rossetto sullo specchio del bagno prima di andarsene.

Si lavò la faccia e tornò a stendersi sul letto. Si girò su un fianco affondando il viso nel cuscino che ancora profumava di lei.

Leila aveva trascorso poche ore in quella stanza riuscendo ad invaderla comunque dei suoi umori. Era arrivata alle quattro del mattino lasciandolo di nuovo  alle sette per andare a lavorare.

Paolo la inseguiva ogni volta che lei partiva per lavoro. Non resisteva più di una settimana senza vederla, senza toccarla e ogni volta erano momenti che duravano solo il frammento di una vita. Istanti lunghi come un batter di ciglia che avevano il sapore amaro del possesso e la dolcezza dell’abbandono. Preliminari assaporati come vino e amplessi frenetici bevuti come acqua di sorgente che lasciavano in lui una languida spossatezza e in lei il gusto agrodolce dello sperma.

Dunque Leila lo amava. Paolo guardava il soffitto nella penombra e un pensiero fatto di pietre fossili lentamente si stratificava nel suo petto.

Paolo si alzò e scostò le pesanti tende viola. Un colore di luce del giorno penetrò il mantello della notte appena trascorsa.

Paolo tornò sul letto. Prese il cellulare dal comodino e controllò i messaggi. Niente di nuovo. Rilesse quelli della sera prima:
“Arrivo tardi tesoro, non aspettarmi sveglio.”
“Sono sempre sveglio per te, luce dei miei occhi”

Si specchiava nei frammenti del loro discorso amoroso esploso nell’universo della telefonia, sapeva di non amarla.

Paolo non amava Leila, questa era per lui la base di partenza, la terra salda su cui piantare le radici del suo Io. E lei lì, insistente, sempre pronta a scalfirlo con la sua dolcezza di crema, il suo muschio di donna, la sua morbidezza di cosa.

Cosa poteva farci? Era perso ed eccitato in una stanza di albergo di una città che fino al giorno prima gli era completamente estranea e che adesso era una nuova tappa della loro odissea sensuale.

Quando tornò al bagno per uno stimolo improvviso si trovò di nuovo di fronte le parole di lei: "Ti amo."

Leila l’amava e non si limitava ad amarlo silenziosamente ma lasciava che il sentimento si staccasse dalle sue labbra per vivere una vita autonoma ed indipendente sulle pareti lisce di uno specchio.

Paolo si sporse un po’ più in alto dalla posizione seduta nella quale espletava le sue esigenze mattutine per controllare se la sua immagine fosse ancora lì nello specchio a rassicurarlo sulla sua natura terrena.

Si vestì e scese a fare colazione.

Mentre sorseggiava il caffè controllò il biglietto nella tasca della giacca. Il treno partiva alle 12.45, aveva ancora il tempo di farsi una doccia e vestirsi con calma prima di lasciare la stanza.

Poi mentre raccoglieva le molliche di cornetto con il dito, lo sguardo perso nello spazio, una lama di sogno balenò di fronte ai suoi occhi. Stava ricordando... le poche ore che aveva dormito... quasi un dormiveglia... quel sogno, eccolo, lo ricostruiva...

...Era il tempo dell'apocalisse zombie. Li vedeva aggirarsi divorando per le strade. Un padre di famiglia viene infettato, tieni gli dice prendi questo fucile e sparami in faccia prima che io sbrani i miei bambini. C’era anche Leila. Paolo imbracciava un fucile a canne mozze e sparava prendendo con disgusto la mira:  uno scempio, il padre lo guarda con disappunto mentre muore atrocemente, come a dirgli, potevi spararmi un po' meglio.

Leila ha trovato una slitta su cui scappare attraverso un buco in una siepe che porta in montagna. Ci salivano sopra lei e Paolo e scappavano via per il buco nella siepe delle cucine verso la verde montagna per allontanarsi dalla civiltà ed attendere lontano dagli zombie la fine dell'apocalisse.

Paolo si sofferma, le molliche di cornetto sono finite, ora passa ai frammenti di glassa che posa lentamente sulla lingua e scioglie in bocca.

Passavano molto tempo senza incontrare nessuno facendo i turni di veglia per evitare brutte sorprese. Quando l'apocalisse zombie finisce rimane indelebile una cicatrice nella memoria. Conosciuto quel terrore non lo avrebbero mai più dimenticato.

La presenza simultanea dell’effimero quotidiano e del tempo della fine fu allora così chiara nella coscienza di Paolo che l'uomo  si risolse a incarnarsi in se stesso dopo 34 anni di vita, 42 donne moltiplicate per n amplessi, 12 delusioni, 3 rimpianti e un solo amore. Aveva deciso: avrebbe corrisposto Leila.

Poteva farlo, poteva impegnare quella relazione in affitto e trasferirsi in un rapporto reale, concreto, una storia fatta di amore scritto sulle pareti di un bagno.

Stracciò il biglietto e tornò in camera a stendersi sul letto. Aveva deciso di non chiamare Leila, sarebbe stata una sorpresa per lei trovarlo ancora lì ad aspettarla.

Alle tre di pomeriggio dei rumori lo svegliarono, sentì la porta della camera aprirsi ed una voce allegra esclamare:  “Vieni amore, vieni a vedere che bella stanza!” “Ahahah...” rideva un'altra voce maschile.

Paolo balzò in piedi e si nascose dietro le tende viola. Rimase fermo, silenzioso e senza respiro, costretto ad ascoltare l’ansimare eccitato della coppia. Era Leila, era Leila  per un altro uomo.

Paolo si sentì sparire, mai si era sentito così inutile in vita sua, e quel ti amo tracciato sullo specchio, e quella donna nel letto con quell’uomo in quella stanza e le sue cose, i suoi pensieri..., si voltò a guardare in terra se mai ci fosse un buco nella siepe attraverso cui scappare sulla montagna. Ma non c’era nessuna via di fuga e nulla con cui uccidere gli zombie, a parte quel fucile a canne mozze che tanto goffamente aveva usato.

Lo imbracciò comunque, scostò le tende e senza prendere la mira sparò alla testa di quella creatura bicefala.

Uno strazio, sangue ovunque e Leila che si rialzava arrancando verso lui con gli occhi rovesciati e la mandibola che pendeva mozza.

Al suo risveglio Paolo toccò immediatamente il cuscino accanto a sè. Leila non c’era. “Ti amo” aveva lasciato scritto con il rossetto sullo specchio del bagno prima di uscire quella mattina.

Paolo si lavò la faccia, si rivestì rapidamente, prese le sue cose e lasciò la stanza numero 77 senza neanche aprire le tende o lasciare un messaggio per quella donna che non avrebbe rivisto mai più.