La camera 409 PDF Stampa E-mail

Sono stato molto malato ed è per questo che la mia famiglia mi ha mandato in sanatorio.

Dalla mia finestra posso vedere la montagna di fronte. La mattina il sole entra in camera e colpisce il mio volto insensibile.

Non esco mai. Non mi alzo mai.

So che non servirà a nulla questa degenza se non a liberare di un grave fardello la mia famiglia.
La camera 409 è spartana e accogliente, un mobiletto per gli effetti personali, uno scrittoio con il televisore, un piccolo bagno, la finestra senza tende, perchè i dottori dicono in giro che l’esposizione forzata ai ritmi del giorno e della notte può migliorare la mia condizione.

Ma a 98 anni dico io, perchè migliorare? Voglio solo tornare polvere, anche io come la mia famiglia non desidero altro che una rapida dipartita. Un annullamento che possa finalmente alleggerirmi dalle fatiche di un secolo trascorso a trascinare in giro questa busta di organi marci e liquidi putridi che chiamiamo corpo.

Ero consulente farmaceutico, ho lavorato fino a 10 anni fa e  ho sempre girato il mondo in lungo e in largo perchè ovunque chiedevano i miei favori. Avevo una dote naturale nel convincere i primari nell’acquisto dei farmaci, per me la medicina era questione di seduzione e ho fatto guadagnare soldi a numerose case farmaceutiche in cambio di parcelle modeste. Amavo il brivido della seduzione e non la conquista.

Ora entra l’infermiera.

Buongiorno vecchio sacco di merda, sono venuta a pulirti ancora una volta, quando ti deciderai a lasciare la stanza 409?

Mi solleva le gambe come fossi un’anatra spennata e mi passa un guanto ruvido tra le natiche dalla pelle sottile come un’ostia. Come ogni mattina mi ferisce.

Non sei il peggiore dei degenti, ma odio il mio lavoro e odio te, brucerei questo sanatorio in un grande rogo pur di non avere più tra le mani i vostri corpi putrescenti.

La signora è giovane, avrà circa trent’anni, ma ho visto abbastanza del mondo per sapere che presto anche il suo corpo perderà la sua patina di bellezza per precipitare nella melma della degenerazione. Spesso la immagino nuda, con le grosse tette penzoloni sul mio petto mentre cavalca il mio flaccido pene con il suo culone a buccia d’arancia.

Esce l’infermiera ed entra il dottorino.

Buongiorno Signor X, come stiamo oggi, le fa bene l’aria di montagna vero? Immagino che tra qualche giorno sarà pronto per uscire, misuriamo la pressione?

Non sopporto queste manfrine. Il dottore sa meglio di me che non posso rispondere. Sono in uno stato catatonico da settimane, sono in putrefazione, il mio prossimo passo sarà nella tomba eppure lui continua a parlarmi come se potessi rispondergli.

E’ il momento dell’iniezione...

Conosco il farmaco che mi iniettano, non serve certo a curarmi. Lo conosco bene perchè fui proprio io a piazzarlo per la prima volta in un ospedale di Nuova Delhi circa venti anni fa. La sperimentazione venne monitorata dalle aziende ospedaliere europee e i risultati furono soddisfacenti.

Il farmaco riduceva il lavoro del personale medico ed aumentava i profitti delle strutture ospitanti. L’idea era semplice e geniale ma se ne avessi conosciuto davvero gli effetti qualche scrupolo a metterlo sul mercato nero lo avrei avuto anche io, che di scrupoli non ne ho davvero mai avuti.
Il dottorino, giovane, rasato, occhiali dalla montatura di metallo, si infila i guanti in lattice e mi inietta il liquido nel ventre rigido. Mentre finisce l’operazione squilla il suo telefonino, si sfila veloce i guanti e risponde nervoso.

Pronto?
Sì Professore, sì tutto bene, sì sono nella 409, no nessun problema, no niente cattivi odori, sì tutto bene come le avevo assicurato, sì l’amministrazione mi ha confermato il pagamento, sì la famiglia ha già versato la quota per il prossimo mese. Sì, arrivo, sì.

Il dottorino esce di fretta dalla mia stanzetta. Sarei potuto essere felice qui se ci fossi venuto con una di quelle ninfette che frequentavo  solo qualche anno fa. Adesso invece non mi resta altro che la sciarada dei ricordi per ingannare il tempo e l’eternità.

I miei nipoti, quando mi sono ammalato, mi hanno spedito in fretta e furia lontano dai loro occhi e si lavano la coscienza pagando ogni mese la retta del sanatorio. Un posto esclusivo in una località montana esclusiva e la retta è relativamente bassa considerata la qualità della vita che un malato può avere qui. La vita... Avessero mai capito niente quei storditi dei miei nipoti cresciuti a suon di 140 caratteri su twitter. Non sono mai riusciti a formulare un pensiero compiuto che eccedesse il limite di un sms.

Così sono qui, a 98 anni suonati ormai da mesi, congelato nella stanza 409, costretto a fissare con orbite vuote ogni giorno lo stesso panorama.

Ricordo la prima volta che osservai l’effetto del farmaco che ora usano su di me, eravamo in una clinica di lusso della capitale indiana. Lo iniettai su una cavia, un intoccabile raccattato in strada.
Il farmaco lo uccise all’istante ma la meraviglia si impossessò di noi nei giorni seguenti. Il corpo infatti non si decomponeva né putrefaceva. Il petto continuava a muoversi come per una lieve respirazione. Sembrava davvero che quell’uomo fosse ancora vivo. In coma ma vivo. Bastava continuare ogni giorno a somministrargli il farmaco miracoloso e, se solo non fosse stato un poveraccio, sicuramente qualche familiare avrebbe pagato profumatamente pur di pulirsi la coscienza. All’ospedale non costava nulla, eccetto la manovalanza per qualche pulizia di routine. Proprio come fa oggi l’infermiera culona con me.

Allora non avrei mai potuto immaginare quali erano gli effetti collaterali del farmaco. Non ci sentivamo in colpa ad iniettarlo negli anziani un attimo prima della morte naturale. Morti per morti, almeno le aziende ospedaliere avrebbero potuto continuare a lucrarci sopra. Ma ora che so, ora che sono consapevole, mi rendo conto di aver contribuito alla creazione di un esercito di disperati e impotenti morti viventi.

Ero malato terminale quando mi hanno ricoverato. Farmaco o non farmaco poco mi importava di cosa ne sarebbe stato del mio corpo dopo la morte e anche adesso me ne importa poco o nulla.
Il problema non è il corpo ma la coscienza ancora sveglia e vigile consapevole della mia impotenza di morto. Posso solo sperare che l’infermiera un giorno realizzi il suo sogno di dare fuoco a questo sanatorio di montagna

L’oblio mi chiama a sé ma io non posso raggiungerlo. Se l’inferno è la separazione dal grande nulla io evidentemente sto pagando caro per i miei peccati.