C’era una volta il futuro PDF Stampa E-mail

19 marzo, 2010
di Francesca Campli

pubblicato in www.artapartofculture.net

Quello che stiamo vivendo sembra il momento più indicato per parlare di futuro, per porsi (e porre) domande su ciò che accadrà domani, su come andrà a finire, se si realizzerà un progetto, se riuscirà un investimento o su come volgeranno le sorti di una promessa o del proprio agire.

 

Dedicare una mostra d’arte a questi interrogativi, presentando la lettura individuale di alcuni artisti contemporanei su tale argomento, è una delle azioni più semplici e dirette per uscire allo scoperto, partecipare a certe riflessioni che coinvolgono noi tutti e, così, vivere più consciamente il presente senza fuggire davanti alle ambiguità ed instabilità, carettaeristiche uniche che sembrano rivestire il domani.

C’era una volta un futuro è il titolo della mostra che, senza interrogativi espliciti, sceglie di raccontare un tempo che deve ancora essere come fosse l’immagine di qualcosa che già si è vissuto e lo fa attraverso i diversi e personalissimi sguardi di undici giovani artisti italiani.

Anche la location scelta dalle due giovani curatrici, Antonia Alampi e Anna Simone, risulta degna di nota e caratterizzante l’intera operazione. Si tratta infatti di una struttura abbandonata, nel quartiere romano di San Lorenzo, che, dopo esser stata scenario di tante storie, è ora prossima alla demolizione e si appresta, secondo un destino un po’ ironico, a raccogliere le immagini, le paure, le aspettative e le visioni di quel futuro nel quale la sua esistenza è più che incerta e di dubbia durata.

I lavori degli artisti, come tanti racconti – alcuni con un linguaggio più onirico, altri più materico- si inseriscono sulle pareti, negli angoli, sui soffitti e lungo i corridoi, a volte intereagendo con l’edificio che li accoglie, altre volte semplicemente facendo propria una porzione di spazio e sfruttandone al meglio le caratteristiche (la poca luce, l’isolamento, l’apertura ampia delle superfici o la presenza di ostacoli e limitazioni).

Agnese Trocchi (Il sole è sempre quello , 2010) presenta un’istallazione video in cui trasmette, da vari monitor dislocati in due stanze, notizie di disastri immaginari, “scimmiottando un certo linguaggio giornalistico che alimenta -quotidianamente- le nostre paure”. Le sue Corrispondenze dall’Apocalisse, però, tracciano una linea che oltre ad unire il presente al futuro, si riallaccia anche al passato, ad immagini e gesti che fanno parte del nostro vissuto e che inevitabilmente incidono su quello che siamo oggi e che realizzeremo domani.

In una porzione di parete nella grande sala d’ingresso troviamo riportate le parole di Pierluigi Celli, parte di una lettera spedita al figlio che il quotidiano “La Repubblica” qualche tempo fa aveva reso nota. Michele Giangrande (Bari, 1979 – MADE IN ITALY. La lettera di Celli, 2010) le ha prese e stampate su un supporto tricolore, reinterpretando concettualmente un episodio di vita quotidiana. L’artista, che spesso si trova a compiere operazioni di questo genere, parte dal recupero di fatti ed oggetti appartenenti alla realtà più prossima, ma con l’intento di utilizzarli come mezzi creativi che possano aiutare a trasmettere certe sensazioni e ad innescare una sorta di cortocircuito interpretativo del dato realistico.

Più generalmente rivolto alla condizione umana, alle nostre capacità di comunicazione e alle reti di relazioni che sviluppiamo in ambienti domestici e pubblici, si rivela il lavoro di Christian Niccoli (Alto Adige, 1976) che, in una piccola sala dell’edificio, proietta il video Planschen (Splash), lavoro del 2008. Per rappresentare l’isolamento che caratterizza la nostra epoca e l’ostentato individualismo dilagante nella società, l’artista propone una distesa marina nella quale una serie di personaggi, ognuno per conto proprio, ondeggiano aggrappati al loro salvagente, vestiti di tutto punto e privi della minima preoccupazione o paura riguardo le loro sorti. Questo loro atteggiamento di indifferenza e passività, tuttavia, trasmette una certa tensione e una irrequietezza che sempre più va aumentando pian piano che la videocamera allarga l’apertura dell’immagine e rende più ampia la visuale sulla distesa marina, costellata di piccoli individui dispersi e soli nel loro vacillante e continuo movimento.

Gli interventi di Marco di Giovanni (Teramo, 1976) sembrano, invece, quasi fondersi con l’ambiente nel quale si inseriscono. Fisicamente incastrata tra i muri e le piccole porte d’accesso, una pesante Altalena (2009), invece di richiamare immagini gioiose dell’infanzia, sembra trasmettere una situazione di disagio fisico e una chiara difficoltà di comunicazione esistente tra gli individui (dubitando anche riguardo chi abbiamo di fronte nel precario dondolio che portiamo avanti…). La stessa distorsione della realtà ci appare guardando nelle lenti delle sculture ferrose che, come navicelle, sembrano piovute dal cielo per capitare casualmente in quell’angusto angolo abbandonato (Controllore, 2009).

Adottando un ulteriore linguaggio e un approccio differente, gli ELETTROPHONICA intervengono in un ampia sala del piano interrato. Durante una performance live, il giorno d’apertura della mostra, i due artisti Diego Valentino e Francesco Landolfi, rilevano e recuperano suoni e rumori di frequenza bassissima (ai limiti dell’udibile) presenti nell’area circostante, per poi restituirli allo stesso ambiente secondo diverse sonorità. Si tratta di un’operazione legata indissolubilmente al luogo e al momento prescelto, realizzata con un’apparecchiatura creata dagli stessi artisti (che oggi troviamo in sito composta anche di materiali nello stesso edificio) che determina, secondoo una “condicio sine qua non”, una “condizione istantanea della generazione dei suoni e della loro elaborazione“, offrendo, così, una lettura del luogo e del momento presente che resta irripetibile in un tempo futuro.

I lavori e gli interventi artistici realizzati in questa fatiscente ambientazione, conferiscono inevitabilmente un nuovo volto all’edificio stesso, ormai percepito piuttosto come non-luogo. Nell’intervenire in queste sale e nel trasformare -seppur minimamente- l’edificio, si sono anche risvegliate delle dinamiche relazionali con gli abitanti del quartiere e si è avuto modo di entrare nella vita quotidiana di una fetta del territorio capitolino ancora molto popolare.

Per rendere ancora più viva la scena dell’operazione e lo stesso luogo espositivo, le curatrici hanno attivato una serie di collaborazioni con artisti, curatori, critici e rappresentanti della scena artistica (soprattutto romana) che, durante il periodo della mostra, realizzeranno degli interventi collaterali in loco, volti ad approfondire gli argomenti trattati nell’esposizione o tematiche che da questa sono state avvicinate.

Tra questi eventi, penso sia importante almeno citare, l’incontro tenutosi la scorsa domenica 14 marzo 2010 nello spazio espositivo, organizzato dalle curatrici Eleonora Farina e Michela Giulia e volto a presentare alcune tra le Associazioni no-profit tra le più attive nella scena romana. Al di là dell’interessante argomento trattato – di estrema attualità visto il gran numero di realtà associative di questo genere che negli ultimi anni (seppur in ritardo rispetto agli altri paesi europei) stanno sviluppandosi non solo a Roma, ma in tutto il territorio italiano- questa conferenza è stata un’occasione di approfondimento sulle peculiarità che contraddistinguono le realtà no-profit romane e anche le differenti visioni e progetti che ognuna di loro porta avanti, condizionate, tra l’altro, dai diversi quartieri nei quali hanno scelto di svilupparsi. Le associazioni chiamate ad intervenire sono state 26cc, Condotto C, Associazione Start | Gaia Cianfanelli – Caterina Iaquinta, Wunderkammern e Opera Rebis, quest’ultima fondata dalle stesse curatrice della mostra ospitante, Antonia Alampi e Anna Simone insieme ad altri artisti e curatori.

Venerdì 19 marzo, invece – in conclusione della mostra che terminerà domenica – sarà dato spazio all’intervento Some Sabotage Strategie from Central Europe, realizzato da tre distinti artisti, uniti nella loro ricerca e modus operandi da una “certa paratica di sabotaggio”. Eva Jiřička, Kamen Stoyanov e Anna Witt attuano operazioni artistiche nelle quali si rivela “un misto tra la sincera volontà di fare del bene e, nello stesso tempo, una voglia, con una dose di malizia, di confrontare i difetti, le assurdità e le contraddizioni che si riscontrano nella vita quotidiana”. Durante la stessa serata, l’artista Maria Paola Zedda, presenterà Room19, una performance di danza nata in stretta relazione con le installazioni ed opere presenti in mostra.

C’ERA UNA VOLTA UN FUTURO, opening: venerdí 5 marzo 2010, fino a domenica 21 marzo, Apertura su appuntamento. Venerdì 19 marzo: Some Sabotage Strategie from Central Europe, Eva Jiřička, Kamen Stoyanov e Anna Witt; Room19, performance di Maria Paola Zedda.  Via dei Volsci 114-116 – Roma; Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , mob. +39 366 1880377; +39 339 2804814

Immagini:

  • Celli. Lettera incisa a rilievo su nastri per etichette.
    Dimensioni ambiente. cm 500 x 10. 2010.courtesy the artist
  • Elettrophonica Grounded Circles
    veduta installazione 2010 foto Andrea Coppola.jpg
  • Luca Cutrufelli
    R veduta installazione 2010 foto Erica La Venuta.jpg
  • Marco Di Giovanni
    altalena 2009 Foto Andrea Coppola.jpg
  • Giorgio Orbi
    alphA 29  frame da video 2010.jpg
  • Agnese Trocchi
    Il sole è sempre quello veduta installazione  2010 courtesy the artist.JPG